Acquedotto

Sulmona è stata una città dalla forte connotazione sveva.

Sotto il regno dell’imperatore Federico II di Svevia, infatti, (grazie all’altissima considerazione che il sovrano aveva della città) raggiunse l’apice nei settori commerciali, artigianali, artistici e detenne il primato regionale grazie all’istituzione del Giustizierato, di una cattedra di diritto Canonico e di una delle sette Fiere annuali del Regno.

Nonostante ciò, trovare tracce evidenti di quest’epoca risulta un’impresa abbastanza ardua, poiché una serie di eventi fortuiti e non (la vendetta angioina, lo scorrere inesorabile del tempo, l’incuria degli uomini) ha contribuito a cancellare tutto ciò che serviva come testimonianza di quel periodo di splendore e come memoria del grande monarca.

Tracce della storia sveva permangono soprattutto dalle testimonianze cartacee; l’archivio della chiesa Cattedrale di San Panfilo, infatti, conserva un gruppo cospicuo di pergamene del periodo svevo.

Tra le opere rimaste a ricordare questo periodo di grande splendore c’è il monumentale acquedotto medievale .

L’Acquedotto medievale di Sulmona

La costruzione dell’ acquedotto di Sulmona risale al 1256 durante il regno di Manfredi di Svevia (figlio di Federico II di Svevia).

Alla base del progetto di costruzione dell’acquedotto ci sono ragioni pratiche e funzionali; questo doveva servire, infatti, a trasportare le acque del fiume Gizio nella città in modo da svolgere una duplice funzione: alimentare le terre coltivate e mettere a disposizione una cospicua fonte di energia destinata alle attività artigianali.

La costruzione dell’acquedotto comportò un grande dispendio di risorse e finì con l’incarnare agli occhi dei cittadini, dei visitatori e degli stranieri un simbolo di prosperità che rendeva Sulmona una città ragguardevole.

Caratteristiche e funzionamento

“L’acquedotto del 1256, splendido esempio di ingegneria medioevale, si sviluppa lungo una trilatera con segmenti notevolmente differenti tra loro per lunghezza: il primo, di m. 76,10, è formato da 15 archi a sesto acuto sostenuto da piedritti ad interasse di circa m. 5,10; il secondo, di m. 24,38, comprende 5 archi aventi sia lo stesso interasse dei precedenti- tranne i due più vicini alla Fontana del Vecchio di circa 90 cm. più stretti- sia la stessa forma; il terzo è lungo solo m. 4,92 ed è costituito unicamente dall’ultima arcata a  tutto sesto con il piedritto terminale che si confonde con le strutture della Fontana del Vecchio.

I tre lati si differenziano anche per la pendenza del canale che varia dallo 0,909% del primo al 3,157% del secondo, fino ad arrivare al 5,823% del breve tratto terminale.

Il dislivello complessivo tra il primo e l’ultimo punto dei circa 106 m. di lunghezza dell’intera condotta che corre sulla serie delle arcate è di m. 1,65, ma nel primo tratto l’acqua scende solo di 70 cm.

Rilievi accurati hanno evidenziato che i piedritti, a sezione quadrata con lati varianti tra m. 1,27 e 1,32, e intervallati tra loro a distanza oscillante tra un massimo di m. 3,85, e un minimo di 2,92, non sono perfettamente allineati; essi poggiano su una base di altezza diversa sporgente di 10 cm. per ciascun lato e sono sovrastati da una cornice modanata nel punto d’imposta degli archi.

Il canale, attualmente coperto da tavole in cemento, presenta una sezione trapezia di m. 0,34 di altezza e basi di m. 0,30/0,50; forma e dimensioni che consentono una portata massima di quasi 130 litri al secondo,  cioè 468 metri cubi ogni ora, più  di 11.000 metri cubi al giorno[1]”.

L’acqua così poteva essere prelevata dal fiume Gizio, attraverso la “Forma Grande”, e convogliata nel fiume Vella[2].

Questi dati estremamente tecnici, forniti dall’ing. Fulvio Di Benedetto, offrono lo spunto per una riflessione circa le difficoltà che la realizzazione di un’opera così complessa e maestosa dovette comportare per l’epoca e che fu possibile solo grazie agli sforzi congiunti della popolazione e delle istituzioni locali.

Struttura

L’acquedotto è composto da 21 arcate a sesto acuto in pietra concia detti “li Colossi”. Tra il 7° e l’8° arco c’è una lapide dove si leggono dei versi leonini a carattere longobardo:

 

Corre di qui il fiume;
guarda l’eccelso grado
di questa imperitura muraria struttura.
È lode dei Sulmontini, la cui operosità
volle si realizzasse, portando a tal forma,
per arte di Durante innalzando,
utile ornamento della Città.

Un elemento singolare per l’epoca è la presenza in chiusura dell’epigrafe del  nome dell’architetto, Durante.

Si ritiene che l’ultimo arco, quello a ridosso della Fontana del Vecchio, possa essere stato costruito in un secondo momento, in quanto presenta delle diversità (solitamente ritenute frutto di restauri successivi).

La portata dell’opera si evince dal fatto che nel complesso gli archi e la struttura si sono mantenuti pressoché intatti nonostante la moltitudine di terremoti che si abbatterono sulla città, tra cui il più devastante fu quello del 1706 che costrinse ad operare variazioni e interventi di restauro.

Nel 1962 vennero eliminate delle costruzioni che coprivano l’acquedotto per metà (grazie anche al contributo della Cassa per il Mezzogiorno).

L’acquedotto, nonostante oggi abbia perso la sua funzionalità, non smette di stupirci sia da un punto di vista tecnico, come esempio perfetto di costruzione, sia per il suo indiscutibile valore artistico.

Questo rappresenta, infatti, una tra le opere più suggestive della città.

Grazie ad una bellissima ed elegante scalinata, opera di tagliapietre lombardi, chiunque si trovi a percorrere Corso Ovidio può avere accesso a Piazza Garibaldi , percorrerla e arrestarsi nei pressi del Fontanone , dove si può continuare un viaggio visivo che dal centro abitato si leva sul Morrone, che si staglia sicuro davanti l’acquedotto, in una stretta che coinvolge arte, storia e natura.


[1] Di Benedetto 1995, p. 55.

[2] Ivi, pp. 56-57.


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Bibliografia

Di Benedetto Fulvio, “Uno splendido esempio di ingegneria medioevale”, in Sulmona in età sveva, Mattiocco Ezio (a cura di), Sulmona, Tipografia “Labor”, 1995, pp. 55-57.

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